sabato 27 ottobre 2012

Ivanhoe

Era una vita che avrei voluto leggere questo romanzo e -finalmente- ci sono riuscita.
Non è assolutamente mia intenzione mettermi alla pari di grandi critici e osare fare un vero commento di critica letteraria al grande capolavoro di Scott.
Tuttavia, questo romanzo mi è piaciuto, mi ha dato diversi spunti di riflessione e mi ha dato una mano con il mio processo di scrittura creativa... Quindi non avrei mai potuto non dedicargli un picolo commento, per lo più una panoramica sui tanti e diversi personaggi.
Una sorta di tributo al genio che l'ha composto.



La scena si apre all'epoca della Terza Crociata, quando in Inghilterra ancora è vivo e sentito il conflitto tra gli indigeni Sassoni e i conquistatori Normanni.
E i Sassoni si fanno subito apprezare e richiamano immediatamente la simpatia del lettore, con i loro modi rudi e poco ortodossi, con la loro selvaggia genuinità che si contrappone all'affettato atteggiameno dei Normanni, con il loro btio e la loro arguzia.
Wamba il giullare e Gurth il porcaro, entrambi Sassoni e fieri di esserlo, sono i primi personaggi dei quali facciamo la conoscenza. Faremmo un grande errore a non considerarli di rilievo solo perché relagati ad umili mansioni... A mio parere, i veri eroi del romanzo sono proprio loro, in quanto fedeli ai padroni, pronti a dar la vita per questi ultimi e di spiccata e vivace personalità.
La prontezza di spirito di Wamba e la devozione di Gurth ad Ivanhoe sono le chiavi del loro successo che permette a costoro di trionfare su briganti, templari e vessatori d'ogni genere.
Ma ogni servitore ha il suo padrone, ed ecco entrare in scena Cedric di Rotherwood, il franklin d'antico casato.
Egli con la sua indole indomita, orgogliosa, burbera e determinata si fa perdonare anche per l'aver cacciato di casa il suo unico figlio -partito per la Terrasanta- e per sperare, seppur non ci siano i presupposti, che la bella e decisa Rowina possa dimenticare Wilfred e sposare l'apatico lord Athelstane di Coningsburgh, così da poter ripristnare l'illustre stirpe sassone.
Ma non sarebbe un grande romanzo se non ci fossero i nemici giurati dei protagonisti.
Nel torneo di Ashby-de-la-Zouche approfondiamo la conoscenza del malvagio principe Giovanni Senza Terra e di Reginaldo Front-De-Boeuf, Maurice De Bracy, e Waldemar Fitzurse, suoi fedeli cavalieri normanni, nonché di Brian de Bois Guilbert, perfido templare che si prefigura già come avversario mortale di Ivanhoe ancor prima che questi si sia fatto riconoscere.
Ma Wilfred -personaggio buono e valoroso, un eroe perfetto seppur dal carattere meno complesso fra tutti, nonostante sia il "protagonista"- sbaraglia la concorrenza e vince il torneo, rivelandosi a suo padre e all'amata Rowina.
Manca ancora una cosa a rendere la trama più corposa ed intrecciata: gli intrighi amorosi.
Se è vero che Maurice de Bracy architetta un folle piano per indurre Rowina a sposarlo, rapendo l'intera compagnia dei protagonisti, non ci risulta strano che anche Wilfred possa essere oggetto di attenzioni da parte di un'altro grande personaggio del romanzo: la sua infermiera, la bella ebrea Rebecca, figlia dell'estroso usuraio Isaac di York, e oggetto a sua volta delle perverse mire di Bois Guilbert.
La forza e la personalità di Rebecca sono grande a tal punto da impressionare anche il templare senza cuore, eppure questa sua virtù le si rivolta contro, portando Brian de Bois Guilbert ad esasperare la sua insana passione verso di lei e a rapirla.
Nel frattempo personaggi a noi molto noti come Robin Hood e Riccardo Cuor di Leone svelano la loro vera identità celata ed aiutano i nostri eroi a liberarsi e a mandare a monte il piano di de Bracy.
Rowina ed Wilfred sono liberi ma per loro la fine non è ancora giunta: Rebecca è ancora prigioniera di Bois Guilbert e su di lei pende l'accusa di stregoneria, animata dal Gran Maestro, che mal tollera la corruzione all'interno dell'Ordine Templare...
L'ambientazione così incredibilmente storica rievoca il Medioevo d'Oltremanica in maniera impeccabile e questo si deve alla grande perizia di Scott.
Il tema dell'ebreo, visto come infedele, diventa l'allegoria del diverso e anticipa il disprezzo che sarà esasperato dagli atroci orrori della Seconda Guerra Mondiale.
L'autore ci mostra come l'odio verso questo popolo sia radicato eppure nessuno pare riesca far a meno di esso e delle sue ricchezze. E non è forse un grande invito alla rifelssione questo?
Le donne di rilievo, Rowina e Rebecca, diverse e complementari per aspetto fisico, uguali per fierezza e virtù, fanno presupporre che, forse, per cercare veri modelli di comportamento femminile bisognerebbe guardare lontano ed indietro.
Il ritmo di narrazione non è particolarmente vivace e sostenuto, ma Scott ammorbidisce l'andatura della trama utilizzando un espediente che useranno anche -perché è sir Walter ad essere stato il pioniere della tecnica- Hugo nei Miserabili e Manzoni nei Promessi Sposi: interrompe la scena sul più bello per poi riprenderla solo alcuni capitoli dopo.
Un racconto che si lascia leggere e che, se si ha nostalgia dei poemi che citano le grandi imprese e la Cavalleria d'avventura, si fa senz'altro apprezzare.

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